Già dalle 10 di mattina, davanti al Piacenza Expo, una ventina di persone attendono che il Fivi apra i suoi cancelli. Qualcosa del genere lo vidi nel 1994, penultimo concerto dei Nirvana: la gente aspettava dal mattino.

È l’ottavo anno per il Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti. C’è un freddo novembrino nella Bassa Piacentina, coerente con le migliori tradizioni climatiche emiliane. Tutto sommato c’è ancora molto parcheggio, che senso ha attendere e prendere umido se si può godere di un buon caffè caldo? Dopo un breve consulto tra noi, decidiamo di spostarci di qualche chilometro e troviamo l’unico bar aperto in zona industriale.
Mara è entusiasta, mi piace il suo sorriso giovane e carico di aspettative. È una giovane giornalista di Napoli che ho conosciuto nei miei viaggi. Leo invece attende paziente, ha già scelto da chi andare e che vino degustare.
Perdiamo un quarto d’ora, o almeno così ci sembra, e al nostro rientro “la folla è in delirio”.

Eh si mi è scappato di bocca, ma è davvero pieno di gente, distribuita tra il portico e la larga coda.
Le porte si aprono e stranamente il fiume scorre velocissimo: un passaggio agli accrediti e siamo dentro in un lasso di tempo di una velocità davvero strabiliante.
Mentre prendiamo la tasca porta bicchieri, un uomo alto e ombroso mi sbatte addosso, sorride sornione e con una certa indifferenza si fa avanti nella folla, scomparendo velocemente dalla mia vista.

Il primo assaggio, da tradizione, va deglutito e sono bolle. Mentre attendo i miei amici, mi fermo al banco dell’az. Vigne al Colle per sentire il loro meraviglioso Serpino Millesimato.

“Ma cosa vuol dire essere un vignaiolo indipendente?” chiedo, ferma al secondo banco, a un simpatico signore sulla settantina, che mi versa un meraviglioso Nero d’Avola.

“Vede signorina, ci hanno sostenuto i francesi, i Vignerons Indèpendants, quando ci siamo accorti nel 2008, che l’OCM europea non considerava la nostra categoria” inizia a spiegarmi lui mentre mi perdo nei sapori, più intensi, di ciliegia matura.

“Il nostro vino porta avanti la cultura dei piccoli territori, ed è fatto di uva, passione e tempo” mi dice un collega, scambiando la sua bottiglia di Teroldego con quella del mio ospite.

L’atmosfera è quella tipica di una festa di paese: tanti produttori si sono conosciuti qui, altri si scambiano idee, piccoli segreti di tradizioni familiari e ovviamente bottiglie di vino.

Al Fivi ci sono anche produttori tra i 20 e i 25 anni: i ragazzi di Comai sono alla loro prima produzione, e presentano uno Chardonnay e un Sauvignon; la cantina De Vigili propone un Teroldego Rotaliano rosato e lo stesso uvaggio in rosso. Interessanti prodotti di giovani viticoltori che sono, in qualità di prodotto, al pari di molti dei loro colleghi più navigati.

Mi piace la mia amica: pur essendo alla prima esperienza con il mondo vinicolo, ascolta il suo istinto e il suo palato, riuscendo con la sua giovialità ad aggraziarsi il secondo giro dai produttori preferiti. Leo, intanto, che è ben allenato, ci ha seminate.

Mentre ci allontaniamo dai banchi per una sosta, riconosco lo scorbutico dell’ingresso.
“Vieni con me mia cara, che adesso a questo gli insegno io come ci si comporta!” esclama Mara.
La tiro per la manica, in un irragionevole momento della mia tipica irrazionalità.
Mi metto a fianco e con indifferenza mi faccio versare da un signore con le guance rosse un bicchiere di Brunello.
“Esto l’è l miglior Brunello di tutta la Toscana, veramente bono e genuino” mi dice lo sconosciuto con un accento che mi fa trasalire.
Mi sa che sto pagando pegno con la Toscana, il mio karma vuole dirmi qualcosa.
Mi giro e incrocio uno sguardo particolarmente buffo, scoppio a ridere assieme a Mara. Non si può bisticciare davanti al vino, solo discutere con enfasi di tutti i temi collaterali, in particolare quello del “cibo”.
Lo straniero è accompagnato da suo fratello, vende vino alle serate in cui quest’ultimo viene chiamato come chef a domicilio. Ridiamo e scherziamo con degli sconosciuti, come solo davanti ad un buon bicchiere di vino si può fare. Ecco che la magia si è ripetuta ancora una volta.
Mentre ci dirigiamo verso il padiglione gastronomico, mi soffermo a riflettere sulle persone che attraverso questa comune passione stanno sfiorando la mia vita.

Ci raggiunge per il pranzo Stefano, un amico viticoltore padron dell’Az. Muralia, che da Milano si è trasferito in Toscana per occuparsi di vino, e lo fa bene e con il cuore.
“Il vino è la storia del nostro paese, e ogni sorso racconta la tradizione di una terra e di una famiglia”.

L’uva in natura non crea il vino, lo fa l’uomo. E i Vignaioli Indipendenti lo fanno con la propria uva. Ogni bottiglia marchiata “vignaioli indipendenti” è piena di orgoglio.

Perché non è vero che tutti i vini commercializzati in Italia e nel Mondo sono legati a un territorio e non tutti i vini che si possono bere hanno un marchio forte di tipicità e di cultura. Noi vogliamo difendere la figura del vignaiolo perché siamo convinti che essa sia essenziale per il futuro delle nostre terre e per quello dellagricoltura italiana.” (fonte www.fivi.it/il-vignaiolo/)

Arriva presto l’ora di congedarsi dai nuovi amici per continuare il nostro tour di degustazione.

Hanno iniziato a comparire diverse decine di carrelli per la spesa, che iniziano a riempirsi di bottiglie: la fiera lascia il posto al mercato del vino.
Assieme ai carrelli iniziano a spuntare personaggi variopinti, arrivati solo per gli acquisti.
Indossano T-shirt colorate con personaggi dei videogame, hanno barbe dipinte, portano allegria e curiosità.

Allo stand di Walter Massa incontriamo Pigi, un personaggio mitologico, dall’aspetto eccentrico ma molto gentile, nonostante la folla al suo stand. Ricordo un articolo di Farinetti in cui decantava il suo Derthona, ma i vini di Massa sono tutti eccezionali.

Ritroviamo Leo, in degustazione allo stand di Marta Valpiani, azienda romagnola che presenta un Albana di grandissima struttura, sapida e leggermente tannica: “Un bianco che sembra un rosso” ci dice la signora al tavolo.
Apprezzo anche la comunicazione grafica, raffinata ma calda, che indica i fiori del bouquet aromatico attraverso un etichetta che ricorda le antiche stampe botaniche, e il tappo a vite.

Mara desidera farmi sentire un vino tipico della sua terra, e la combriccola si dirige allo stand dell’Az. Agricola Montevetrano. Purtroppo i vini in degustazione sono terminati, ma è rimasto da assaggiare l’omonimo Merlot 2013: qualcuno ha detto di questo vino che è il “Sassicaia del sud” e merita l’appellativo, non c’è che dire. Al naso note fruttate, ciliegia, ribes. Tannini avvolgenti, con note di cacao, tabacco in bocca, in una chiusura dolce speziata nel finale continuo. Davvero un incanto.

Peccato esser arrivati tardi, tuttavia diversi banchi stanno terminando le bottiglie, alcuni le hanno già finite. È davvero un evento di sostanza e qui del resto si viene per comprare e vedere vecchi amici.

L’ultimo banco in cui decidiamo di fermarci è quello di Samuele: ha una splendida maglietta dei Rolling Stones, no filter tour, ed è di Lucca.

“Ma io ci sono stata a quel concerto!”

“ E io pure” mi risponde vivace.

“Se hai quella maglia non puoi che avere del vino meraviglioso.”

E così è.
Samuele ha iniziato, come diversi viticoltori, ad andare in vigna da giovanissimo, poi si è appassionato e, inizialmente, ha avviato una piccola produzione solo per gli amici.
E sono stati proprio gli amici a spronarlo a mettersi sul mercato.
Ancora oggi in tutte le sue bottiglie è presente un biglietto scritto a mano che recita “da un amico per gli amici”.
Vini incantevoli, uno in particolare, l’Antenato, viene fatto con vitigni autoctoni presenti solo nel lucchese. Altra azienda che segno nel mio fidato taccuino con una dicitura accanto: da visitare.

Mentre ci avviamo tutti e tre all’uscita, ripercorro le degustazioni che più mi hanno colpita:  il lambrusco biologico di Lusvardi, nostri vicini di casa di San Martino in Rio; i friulani Tuzzi; le meravigliose bolle di Leo Vanin, azienda che mi riprometto di andare a vedere, e il loro interessantissimo bianco frizzate sui lieviti “il Settolo”, vino senza sboccatura con tappo a corona, una tradizione di famiglia; il Brunello di Montalcino di Tornesi; i bianchi, Mida in particolare, e il Taurasi dell’Azienda Irpina Antico Castello; i Vini di Bellese e quelli del Podere dell’Anselmo.

Stiamo salendo in auto quando squilla il telefono, numero che non conosco.
“Oh bella! Nun vi s’ha più visto!”
Sorrido, saluto e alzo il volume: ci sono i Rolling Stones.

Chiara Allegra Tracquilio per SaporOsare