Gli inizi del Novecento, con le estati calde e afose, gli inverni freddi e gelati e le nebbie così dense e soffocanti che si tagliavano col coltello, sono un periodo di trasformazione per la zona di Reggio Emilia e dintorni. La gente lavorava nei campi e nei caseifici, nelle vigne, sul fiume e i suoi affluenti e nelle prime industrie, sfidando di continuo il clima impietoso. L’impiego di nuove tecniche aveva portato a uno sviluppo della produzione del lavoro agricolo e della trasformazione alimentare e c’era voglia di fare, cominciare, sperimentare. C’era il desiderio di far nascere qualcosa di speciale.

Reggio Emilia è una provincia grande, dall’Appennino al grande fiume Po, dalla Montagna alla Bassa Reggiana, ma questa volta è a Correggio che sboccia questa storia. Correggio ha origini antiche e uno strano nome: pare si riferisca a quei rialzi di terreno che sorgevano in mezzo alle inondazioni delle valli, denominati per l’appunto corrigia. È qui, agli inizi del secolo scorso, in quel periodo carico di promesse, che comincia l’avventura di Oreste Lini: nel 1910 fonda la sua cantina, Spumanti Lini, dando inizio, senza saperlo, a più di un secolo di tradizione.

Oreste Lini si fa conoscere e diventa uno tra i primi dieci spumantisti in Italia. Quando ancora non c’era il Vinitaly, negli Anni Cinquanta e Sessanta i pochi produttori di bollicine si ritrovavano in fiera a Valdobbiadene per conoscersi, riconoscersi, andare avanti col proprio lavoro, raffinarsi. I Lini, nel frattempo, decidono di andare a studiare in Champagne e ben presto iniziano i primi riconoscimenti per il loro lavoro. Dalla fondazione passano gli anni, le stagioni, le vicende e le persone, fino al 2010, quando la terza e la quarta generazione comunicano il proprio orgoglio in etichetta col centenario Lini 910. Una vera e propria saga famigliare che trasmette, da una generazione all’altra, la propria esperienza fino a diventare una cantina che produce vini conosciuti, premiati ed esportati in tutto il mondo.

Tra i numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali, citiamo Wine Spectator che ha inserito la Cantina Lini tra le 100 migliori d’Italia e, successivamente, tra le 100 migliori al mondo qualità/prezzo premiandoli dopo anni di ricerca e sperimentazione enologica.

È Alessio Pibe Lini – quarta generazione insieme a sua sorella Alicia e ai suoi cugini Alberto, Giulia e Martina – che racconta a SaporOsare questa storia, con una luce particolare negli occhi che trasmette passione e amore.

In cent’anni ne sono cambiate di cose, lo sappiamo. Se agli inizi del Novecento non c’era nemmeno il Vinitaly, oggi ci sono Facebook, Instagram e Twitter.

Una comunicazione che arriva laddove nessuno potrebbe mai arrivare da solo. La tecnologia è venuta in soccorso e permette di raccontare in tempo reale realtà nuove, sfaccettate, che hanno fatto un percorso tecnico e umano crescendo molto, senza fermarsi, con al loro fianco un alleato severo ma giusto, ed in ogni caso imprescindibile se decidi che vuoi fare qualità: il tempo.

Il tempo: l’unico ingrediente, oltre alla pazienza, che rende giustizia al lavoro dell’uomo.

Il vino, un mistero fin troppo sconosciuto ai più, che non ha segreti per l’enologo il quale decide come creare una magia pronta a rinnovarsi di anno in anno.

Ed è  partendo dal tempo che la famiglia Lini pone un’attenzione particolare, prima di ogni altra cosa, alla bollicina affinché diventi meravigliosamente persistente ed incorporata come i vini che abbiamo degustato durante questo incontro.

“Nel reparto di imbottigliamento della cantina Lini si raggiungono i massimi livelli dal punto di vista tecnologico” racconta “il Pibe” (Alessio Lini è conosciuto da tutti, e da sempre, con questo nome) all’inizio del giro di giostra per l’azienda.

“Riusciamo a imbottigliare tranquillamente fino a 15.000 bottiglie al giorno con solo tre o quattro persone perché è tutto molto robotizzato.

La stessa manutenzione viene fatta via web con assistenza direttamente via internet”.

Non solo vino, c’è da dire, ma anche l’Aceto Balsamico Tradizionale di Reggio Emilia DOP. La famiglia Lini possiede due Acetaie. Una in particolare è davvero meravigliosa, vale da sola la visita alla Cantina: l’Aceto Balsamico DOP si può fare solamente a Reggio Emilia e a Modena perché il clima della zona è adatto all’invecchiamento dell’aceto nelle botti. Caldo, caldissimo e afoso d’estate, freddo e molto umido d’inverno: nell’Acetaia è tutto aperto e non si può intervenire in alcun modo condizionando il clima all’interno della stessa.

L’aceto balsamico tradizionale “respira”: il prodotto, di anno in anno, si concentra e si passa da una botte all’altra per tornare a livello fino all’ultima botticella che contiene 10 o 15 litri al massimo. Solamente da questa si può prelevare da 1 a 2 litri ogni anno.

Una piccola nota a margine per appassionati: a Reggio Emilia l’Aceto Balsamico Tradizionale si divide in Aragosta, Argento e Oro a seconda della qualità (comunque sempre altissima) e degli anni di invecchiamento che devono essere almeno 12;  solo quello che ha più di 25 anni può chiamarsi “stravecchio”.

“L’Acetaia è un luogo incredibile e complementare a quello che, per me, forse è il più seducente” racconta il Pibe, “ovvero i sotterranei: se nell’Acetaia infatti è tutto aperto e alla luce, nelle cantine, ogni giorno e per 365 giorni l’anno, si è al buio, con una temperatura costante tra i 14 e i 16 gradi ed il medesimo tasso di umidità”.

Proseguendo il tour, arriviamo, quindi, nei sotterranei dove a riposare troviamo decine di migliaia di bottiglie di Lambrusco o Pinot Nero.

Nel metodo classico la bottiglia riposa per anni fino a che non viene messa sui pupitres per il remuage (raccolta dei lieviti sul collo della bottiglia) che viene fatto ancora a mano. La sboccatura ai fini dell’eliminazione dei lieviti viene fatta in maniera semiautomatica per poi procedere al rabbocco della bottiglia con la liqueur d’expedition (caratterizzata da un vino più vecchio di quello già presente in bottiglia).

Nel Pas Dosé, che Pibe definisce “un compito in classe in bella”, il predetto rabbocco viene fatto con il medesimo vino.

La “linea editoriale” per LINI910 è molto semplice, con quella praticità tipicamente emiliana: la bottiglia di vino buono è quella che finisce, ed è quella che il giorno dopo ti fa stare bene. “Le bottiglie Lini910, il giorno dopo, ti fanno fare tutto lo sport, il running, le attività ludiche o lavorative che desideri. Una bollicina che dà benessere nelle ore successive e nel tempo è, certamente, quella fatta con tutta la pazienza del mondo e tendenzialmente riteniamo debba essere secca: bisogna imparare a bere vini secchi. Affinché un vino sia autentico, secondo noi, serve che sia secco anche e soprattutto per mettere nelle condizioni di dare una valutazione dello stesso più attendibile e reale. Funziona esattamente come per il caffè: se aggiungi tanto zucchero non sai più cosa bevi e perdi il suo vero aroma”.

Pibe, poi, ci racconta come sia per lui molto importante tenere viva la taverna della cantina: “Qui faccio spesso degustazioni verticali, incontro clienti, vedo persone a cui posso raccontare davvero nel dettaglio quello che facciamo e come lo facciamo accompagnando al bicchiere di vino ogni descrizione utile. Qui in taverna hai un contatto più profondo con le persone, per questo mi piace”.

E proprio vero che, quando degusti i vini Lini910 senti la bollicina incorporata. La percepisci, ne senti la persistenza. E come dice Pibe, a conclusione del suo racconto: “La bollicina bisogna imparare a sentirla più che a guardarla.”

Cosa su cui siamo perfettamente d’accordo.

http://www.lini910.it